Porta Capuana
Castel Capuano
Chiesa del Carmine e Piazza Mercato
Centro Direzionale di Napoli
Stazione Centrale
Duomo e Cappella del Tesoro di San Gennaro
Complesso di Santa Maria La Nova
Castel Nuovo e Maschio Angioino
Teatro di San Carlo
Palazzo Reale
Basilica di S. Francesco di Paola e Largo di Palazzo
Galleria Umberto
Santa Chiara e chiostro maiolicato
Gesù Nuovo
Guglia dell'Immacolata
San Domenico Maggiore, chiesa e piazza
Via Toledo
Napoli sotterranea
Scavi di S. Lorenzo Maggiore
Palazzo Donn'Anna
Villa Comunale
Castel dell'Ovo
Via Partenope
Parco Virgiliano
Tomba di Virgilio
Pozzuoli
Città della Scienza
   
Musei
Museo Archeologico
Museo di Capodimonte
 
 
Porta Capuana

 

L'imponente struttura è sita alle spalle del Castel Capuano, era anticamente la porta d'accesso ufficiale della città, da essa sono entrate personalità come l'imperatore Carlo V d' Asburgo e Carlo di Borbone. Porta Capuana, così denominata perchè orientata dnella direzione della città di Capua, fu costruita all'atto dell'allargamento della cinta nuraria voluto da re Ferrante d'Aragona (1484), epoca in cui nuove importanti aree (e lo stesso Castel Capuano) furono inglobate nel territorio cittadino e in cui fu sistemata nell'attuale posizione la vicina Porta Nolana.

La porta rinascimentale è costiuita da un elegante arco di marmo bianco con decorazioni e altorilievi, racchiuso tra due poderose torri aragonesi (Onore e Virtù), e rappresenta sicuramente una delle più belle porte rinascimentali d'Italia

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Castel Capuano

 

Situato alla fine di via Tribunali, o Decumano maggiore, é il più antico dei castelli napoletani. Prende il nome dalla vicina Porta Capuana. Fu costruito come fortezza dal sovrano normanno Guglielmo I detto il Malo intorno al 1165; subì ampliamenti e modifiche prima da parte di Federico II di Svevia e poi ad opera dei re angioini, che vi risiedettero solo saltuariamente, preferendo come dimora il neonato Castel Nuovo.

In questo castello nel periodo angioino fu assassinato Sergianni Caracciolo, amante della Regina Giovanna II. In seguito il castello fu dimora degli aragonesi. Nel XVI secolo, divenne Palazzo di Giustizia e carcere della Vicaria, per volere del viceré Pedro de Toledo.

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Chiesa del Carmine e Piazza Mercato

 

Domina la zona che fu teatro della rivoluzione di Masaniello (1647). Esisteva già nel XII secolo una chiesetta con un’immagine della Madonna detta «La Bruna» che fu rifatta tra il 1283 e il 1300 con il denaro che la Regina Elisabetta di Baviera aveva destinato al riscatto del figlio, Corradino di Svevia. Purtroppo il giovane principe era già stato giustiziato in Piazza Marcato ed il denaro fu destinato all’ampliamento della chiesa che ospita la sua tomba.

A destra della facciata svetta l’agile campanile con una singolare cuspide a mattonelle maiolicate di Fra’ Nuvolo (prima metà del Seicento). Ogni anno, il 15 luglio, ricorrenza della Madonna del Carmine, spettacolare «incendio» del campanile con fuochi pirotecnici.

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Centro Direzionale di Napoli

 

Il progetto, approvato nel 1983 e realizzato dall’Ingegnere giapponese Kenzo Tange, previde la divisione, su due livelli distinti, di traffico veicolare e traffico pedonale. Il primo si concentra nel livello sotterraneo, in cui si trovano anche i parcheggi, mentre gli ampi viali superiori sono riservati esclusivamente alla circolazione pedonale. L'area è divisa in diciotto isole e le costruzioni si classificano in due categorie: piastre e torri.

Attualmente, l'edificazione del centro è realizzata per il 50%, limitatamente alla metà occidentale del progetto, ma sono in corso di progettazione gli elementi per il proseguimento dell'opera.

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Stazione Centrale

 

La prima stazione ferroviaria di Napoli e d’Italia fu costruita nel 1836 per volontà di Ferdinando II di Borbone nei pressi dell’attuale stazione della Circumvesuviana e poi sconsideratamente abbattuta in tempi recenti. Già nel 1866 la stazione era stata spostata nell’attuale sito: per quanto modesta, costituì subito un centro di vita e di propulsione per traffici ed affari. Nata su progetto dell’architetto ed urbanista Enrico Alvino nell’ambito di uno studio per la riorganizzazione del tessuto viario cittadino, divenne il fulcro di tutta la zona circostante.
Originariamente, la stazione era costituita da tre padiglioni nei quali si snodavano i servizi primari: al centro la biglietteria, mentre ai lati erano ubicati il deposito bagagli ed un bar. L’intero edificio aveva una base a forma di stella ed era circondato da un giardino. Con il progressivo aumento del traffico si determinò la necessità di rivedere l’ubicazione della stazione per destinare spazi più ampi alla circolazione urbana nella zona circostante.
Tra il 1954 ed il 1960 la stazione ottocentesca fu demolita per dare spazio ad un nuovo fabbricato viaggiatori che, arretrato di circa 250 metri, definì l’attuale assetto di Piazza Garibaldi.
L’impianto dell’edificio (frutto della fusione dei tre progetti vincitori del concorso bandito nel 1954) è tutt’oggi caratterizzato da una particolare concezione strutturale e modulato su una matrice compositiva triangolare.

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Duomo e Cappella del Tesoro di San Gennaro

 

La Cattedrale di Napoli fu voluta da Carlo I d'Angiò e fu completata da Roberto d'Angiò. Spesso restaurata, presenta notevoli sovrapposizioni di stili. L'attuale facciata neogotica, rifatta da Enrico Alvino alla fine dell'ottocento, conserva il portale gotico del 1407 di Tino di Camaino; i due portali laterali sono anch'essi stile tardo gotico.
Di grande interesse è il fonte battesimale, preziosa vasca di basalto egiziano.
Lungo le pareti della navata centrale vi sono tele di Luca Giordano; nelle Cappelle laterali,  opere di Vaccaro, Perugino, Falcone e Solimena. Ai lati della tribuna vi sono la Cappella Minutolo, con affreschi duecenteschi, e la Cappella Tocco, con un affresco di Pietro Cavallini.  Un vero gioiello rinascimentale è il cosiddetto Succorpo di San Gennaro voluta dal cardinale Oliviero Carafa.

La Cappella del Tesoro (1608), voto dei napoletani al Santo patrono per la peste del 1526, è opera barocca dell'architetto Grimaldi. Il cancello d’ingresso è di Cosimo Fanzago.
La Cappella, a pianta centrale, è coperta da una cupola con affresco del Lanfranco.  L'interno della cappella è il risultato del migliore Seicento napoletano. Le 51 statue d'argento dei compatroni di Napoli il primo sabato di maggio sono portate in processione per Napoli, come "sacra scorta" a quella di S. Gennaro. Il tesoro conserva i preziosissimi doni di regnanti napoletani ed europei e la mitra d'argento del 1713, tempestata di diamanti, smeraldi e rubini.
Nella Cappella si conservano le ampolle con il sangue di San Gennaro e il suo cranio. Il sangue si scioglie due volte all'anno, in maggio e in settembre, rinnovando un prodigio di cui si sono occupati scienziati di tutto il mondo.

Dalla navata sinistra si scende nella basilica paleocristiana di Santa Restituta edificata nel quarto secolo. Annesso alla basilica è il Battistero paleocristiano di San Giovanni in Fonte (363/409 D.C.), il più antico dell'Occidente perché quello del Laterano è posteriore di circa trent'anni. 

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Complesso di Santa Maria La Nova

 

Per far posto al Castel Nuovo fu abbattuta un'antica chiesa francescana. I sovrani angioini ne costruirono subito una nuova nel 1279 detta appunto S. Maria La Nova. Rifatta in parte nel Cinquecento da Agnolo Franco. Tra le molte opere d'arte che conserva: il soffitto dorato del 1598 con dipinti del Curia, dell'Imparato, del Santafede, del Corenzio, del Rodriguez e del Malinconico; vera antologia del tardo rinascimentale a Napoli. L'altare maggiore é di Cosimo Fanzago, davanti sul pavimento si trova la lapide sepolcrale di Giovanna la moglie di Ferrante (Ferdinando I) d'Aragona.
A sinistra, la magnifica cappella di S. Giacomo della Marca, restaurata nel Cinquecento per volontà di Don Consalvo di Cordova che l’aveva scelta come sepolcro. Di Annibale Caccavello i sepolcri del 1550 di Odetto di Foix e di Pedro Navarro.
Molto belli i due chiostri, con tombe quattrocentesche quello di San Giacomo della Marca. 

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Castel Nuovo e Maschio Angioino

 

Nel 1266 Carlo d'Angiò affidò i lavori ai francesi Pierre de Chaules e Pierre d'Angicourt. Roberto d'Angiò si servì dell'opera di Giotto che lavorò a Napoli dal 1328 al 1333 affrescando la Cappella Palatina con opere che oggi non esistono più, forse distrutte da un terremoto. Anche Boccaccio visse a Napoli in quegli anni. Durante il periodo angioino fra le mura di Castel Nuovo si verificò uno dei più noti eventi della storia medioevale: il "gran rifiuto" di Celestino V il 13 dicembre del 1294. Sempre nelle sue sale, il nuovo conclave elesse Bonifacio VIII.

Nel 1442 la corona fu cinta da Alfonso d'Aragona; presso la sua corte sorse la famosa Accademia Pontaniana. Il castello, in pratica, distrutto da Alfonso nell’assedio della città, fu riedificato dall'architetto aragonese Guglielmo Sagrera  che diede alla costruzione l'aspetto che oggi conserva. La sala maggiore è un miracolo di statica, alta una trentina di metri, presenta una copertura a costoloni che, partendo dal centro, si congiungono elegantemente alle mura perimetrali. E’ detta "Sala dei Baroni" perché nel 1486 Ferrante d'Aragona, vi riunì i baroni infedeli per arrestarli.
L’arco di trionfo é ritenuto una delle più belle opere del Rinascimento italiano.
Come ogni castello che si rispetti, il Maschio Angioino dispone di tetre prigioni e relativi scheletri (Celle del Miglio e del Coccodrillo)

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Teatro di San Carlo

 

(1737, è il più antico teatro operante d’Europa) Le numerose testimonianze, tramandate da viaggiatori ed illustri visitatori, sono generalmente concordi nel celebrare la vastità e la bellezza della sala progettata da Antonio Mediano. La parentesi della Repubblica Partenopea del 1799 apportò danni provocati dall'uso improprio della sala, ribattezzata Teatro Nazionale e «profanata» da spettacoli equestri.
Durante il regno di Gioacchino Murat sarà rinnovato dall’architetto Niccolini e verrà costruito il portico esterno: per assurgere alla dignità di monumento-sirnbolo della città il teatro acquista le connotazioni del tempio.
Nella notte del 13 febbraio 1816 un incendio devastava l'edificio. La ricostruzione, voluta da Ferdinando I di Borbone è compiuta nell'arco di nove mesi ed è sempre diretta dall'architetto toscano.

Completava l'arredo fisso della sala il sipario, più volte ridipinto da Giuseppe Cammarano, e sostituito nel 1854 dall'attuale esemplare dovuto a Giuseppe Mancinelli e Salvatore Fergola, raffigurante il Parnaso con ottanta poeti e musicisti.

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Palazzo Reale

 

Fu iniziato nel 1602 per la seconda città dell'impero spagnolo. Il progetto fu affidato all'architetto Domenico Fontana, tra i più famosi del tempo, disegnatore della Roma di Sisto V.
Nel 1734 Carlo di Borbone ridiede a Napoli dignità di capitale di un regno autonomo ed il palazzo fu ampliato. Nell'Ottocento, dopo un incendio, Ferdinando II di Borbone comandò radicali lavori di sistemazione. I restauri, condotti dall'architetto Gaetano Genovese, ampliarono, senza stravolgerla, l'antica fabbrica.
E' interamente del Fontana la lunghissima facciata manierista. A fine Ottocento le nicchie esterne furono occupate da statue dei Re di Napoli, i primi delle rispettive dinastie (Ruggero il Normanno, Federico II di Svevia, Carlo I d'Angiò, Alfonso I d'Aragona, Carlo V d'Asburgo, Carlo III di Borbone).
L’appartamento reale offre alla visita le stanze reali di etichetta. Non ci sono giunte, per i gravi danni e le spoliazioni dell'ultima guerra, le stanze e gli arredi di uso più quotidiano (camere da letto, bagni, cucine, ecc.).

Si accede all'Appartamento storico per un monumentale e luminosissimo Scalone d'onore.
Il giardino reale fu cinto da una magnifica cancellata di ferro, su cui si apre un ingresso delimitato da statue in ferro di Palafrenieri (conosciute come "Cavalli di bronzo") dono dello zar Nicola I a Ferdinando II di Borbone.

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Basilica di S. Francesco di Paola e Largo di Palazzo

 

In stile neoclassico, si ispira al Pantheon di Roma, fu fatta erigere da Ferdinando I di Borbone come ex voto per il recupero del regno nel 1816 dopo la caduta di Napoleone.
Il "timpano" ospita la statua della "Religione" tra "S. Francesco di Paola" e  "S. Ferdinando", in omaggio al re. La grande rotonda centrale di 34 m. di diametro è coperta da un'immensa cupola alta 53 m., sorretta da 34 colonne corinzie e 34 pilastri, tutto in marmo pregiato di Mondragone. L'altare maggiore del 1641 è preziosamente intarsiato con porfido, agate, diaspri siciliani e lapislazzuli, opera d'arte di sicuro valore di Anselmo Cangiano, "prelevato" per disposizione sovrana dalla chiesa dei SS. Apostoli.
Altro pezzo di pregio, nella cappella a sinistra dell'atrio, è un "S. Onofrio" in preghiera di Luca Giordano.

Al centro della piazza campeggiano le due statue equestri di Carlo III di Borbone e del figlio Ferdinando IV; la statua di Ferdinando ed il bel cavallo sono di Antonio Canova, come lo è anche l'altro cavallo, che era parte della statua di Napoleone commissionata al Canova da Giuseppe Bonaparte e successivamente acquistato da Ferdinando IV.

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Galleria Umberto

 

1885, a Parigi la Torre Eiffel ancora non esiste, a Napoli la grande struttura in ferro e vetro diventa il simbolo della classe borghese e del millantato (e mancato) avvenire capitalistico della città .
Secondo il progetto dell’ingegnere Emanuele Rocco, sull'area risultante dalle demolizioni s'innalzano quattro ampi edifici disimpegnati da una grande galleria in ferro e vetro di 1076 metri quadrati e larga 15 metri, progettata dall'ingegner Paolo Boubée; i quattro bracci, di diversa lunghezza, intersecandosi danno luogo ad una crociera ottagonale coperta da un'ampia cupola. Si conservano gli edifici più importanti e, all'altezza del S. Carlo, un porticato ad esedra non solo maschera all'esterno l'inevitabile sbocco in  diagonale della galleria, ma crea al tempo stesso uno slargo innanzi al teatro.

All'interno della galleria, il contrasto fra la struttura in ferro e le sottostanti lunghe facciate neorinascimentali è felicemente risolto con l'adozione di un unico procedimento per ambedue i materiali non tenendo conto della loro differente natura, nel preciso intento di sottolineare il valore strutturale degli elementi portanti. C'è da osservare che nella galleria Vittorio Emanuele di Milano, non si riuscì a realizzare un accordo così unitario tra i due diversi materiali adottati.
Centro artistico e mondano tra la fine dell'Ottocento ed i primi decenni del Novecento, vi si trovava il celebre salone Margherita.

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Santa Chiara e chiostro maiolicato

 

Opera gotico-provenzale di Gagliardo Primario, fu eretta nel 1310 da Roberto d’Angiò e dalla regina Sancia.
La chiesa visse tre "epoche stilistiche": la prima, "gotica", con il monumento funebre di Roberto d'Angiò; le tombe reali di Tino di Camaino e la grande "sala" affrescata da allievi di Giotto e Cavallini. La seconda epoca, "barocca", per il rifacimento che stravolse tutto lo stile trecentesco. La terza epoca, imposta dal bombardamento del 1943, che distrusse la chiesa fino a pochi metri da terra con un danno incalcolabile.
La ricostruzione ha riportato le linee costruttive all'originale idea francescana, le poche testimonianze che si sono salvate dall'immane rogo restano sempre di notevole interesse artistico.
La nona cappella ha conservato la struttura barocca ed è il sepolcreto ufficiale dei Borbone.Settecentesco è il bel sepolcro di Filippoprimogenito di Carlo di Borbone; di fronte, la tomba della venerabile Maria Cristina di Savoia, madre di Francesco II di Borbone, ultimo Re di Napoli, che da pochi anni riposa nella cappella dopo il lungo esilio dalla sua città.
Dietro l'altare maggiore campeggia il grande sepolcro di Roberto, che ha perduto la parte cuspidata nel bombardamento del'43. La scritta "cernite Robertum regem virtute refertum" fu dettata dal Petrarca.
Nell'ottava cappella un sarcofago greco-campano del IV sec. a.C. decorato a bassorilievo.

Il chiostro di origine gotica, fu trasformato nel 1742 da Domenico Antonio Vaccaro per volontà della Regina Maria Amalia, moglie di Carlo di Borbone.
Vi lavorarono  Donato e Giuseppe Massa, della celebre famiglia di "riggiolari" napoletani, rivestendo le strutture del chiostro con stupende mattonelle policrome su disegni dello stesso Vaccaro.

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Gesù Nuovo

 

Costruita nel XVI secolo  sull'area del rinascimentale Palazzo Sanseverino, di cui conserva la facciata in bugnato a punta di diamante, fu progettata dal gesuita L. Valeriani.
Nel 1767 i Gesuiti furono banditi dal regno, la chiesa passò ai francescani riformati. Finalmente nel 1821 fu restituita all'ordine fondatore.   L'interno si presenta molto fastoso per il rivestimento in marmi policromi delle pareti. L'altare maggiore, contiene intarsi di agata nera, porfido, diaspro, ametista, malachite e lapislazzuli. Sulla controfacciata è l'affresco di F. Solimena con la "Cacciata di Eliodoro" dal tempio (1725). Sul soffitto della navata centrale affreschi di B. Corenzio e P. De Matteis.
  
Il cappellone di S. Ignazio di Loyola, fondatore della compagnia di Gesù, fu eretto dal principe Gesualdo da Venosa, celebre madrigalista che fece uccidere la propria moglie e l'amante; La cappella della Visitazione custodisce le spoglie di San Giuseppe Moscati, medico dell’Ospedale degli Incurabili e docente universitario, il quale si prodigò per tutta la sua vita in favore degli ammalati e dei poveri, canonizzato nel 1987.

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Guglia dell'Immacolata

 

L'obelisco fu donato dal popolo a Carlo di Borbone, che desiderava vedere esposta la statua della Vergine, tutto fu organizzato dal gesuita padre Pepe, noto difensore dei diritti dei poveri e stimato dalla corte borbonica. Nel 1747 si costruì la bella guglia barocca dedicata all'Immacolata, con grande costernazione del duca di Monteleone che temeva l'abbattimento dell'alta e svettante costruzione sulla facciata del suo palazzo.
Il re avrebbe voluto collaborare di propria tasca alla grande "colletta" popolare voluta da padre Pepe, che rifiutò, per riuscire da solo (e vi riuscì) a raggranellare fra i cittadini la non indifferente cifra per pagare gli artisti.Il progetto della guglia dell'Immacolata è del Genoino su indicazioni dello stesso padre Pepe; le belle sculture sia statue a tutto tondo che medaglioni in altorilievo rappresentanti santi dell'ordine gesuita ed episodi evangelici, sono di Matteo Bottiglieri e Francesco Pagano.

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San Domenico Maggiore, chiesa e piazza

 

(1283/1324 ) L’'appoggio degli Angioini e delle varie dinastie, permise ai Domenicani di realizzare, con un continuo programma di rifacimenti, uno dei complessi monastici più vasti e più ricchi della città, sede della prima università napoletana.
L'interno a tre navate recupera una tipologia gotica presente in altre chiese angioine a Napoli. Ma la spazialità originaria, risulta sconvolta dal restauro ottocentesco di Federico Travaglini (1850-53) il quale qui propose un gusto neogotico molto diffuso in quegli anni in Europa. Alla trasformazione delle coperture seguì un rivestimento delle pareti ed una doratura degli archi e dei capitelli, ottenendo un cromatismo lontano da ogni suggestione gotica.

La cappella Brancaccio merita particolare attenzione: affrescata da Pietro Cavallini (1309) dà l'idea di come si presentava la chiesa nel Trecento.
Nella cappella del crocifisso, secondo la tradizione, Cristo parlò a S.Tommaso d’Aquino.
Nella sagrestia, sono disposti 45 feretri contenenti le spoglie dei Re Aragonesi e di personaggi come Don Ferrante d’Avalos, marito di Vittoria Colonna, che vinse e catturò a Pavia Francesco I di Valois.  La chiesa custodiva, fino a qualche anno fa, la celebre Flagellazione del Caravaggio, oggi a Capodimonte, mentre è ancora visibile la copia che del celebre quadro realizzò Andrea Vaccaro.
Le quinte della famosa piazza sono formate, oltre che dall'abside della chiesa, dai Palazzi Petrucci (con scala catalana), Casacalenda (opera di Vanvitelli e Gioffredo), Corigliano e de Sangro. Al centro della piazza si eleva la guglia in marmo eretta dopo la peste del 1656 su progetto di Francesco Antonio Picchiatti e terminata nel 1737 da Domenico Antonio Vaccaro.

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Via Toledo

 

Porta il nome del viceré di Napoli (dal 1532 al 1553), che la fece aprire in un ambizioso quadro d’ingrandimento e ristrutturazione della città. Concepita come una quinta ed una prestigiosa zona di passaggio, Via Toledo, sin dalla sua nascita, è stata caratterizzata dalla presenza di ricche dimore. I palazzi, come il Palazzo Doria D’Angri (1755) e il Palazzo Carafa di Maddaloni (1582), si alternano alle chiese (tra le altre, la Chiesa di San Nicola della Carità, fine XVII sec.), ai negozi, alle banche e ai caffè.

Lo shopping offre opportunità per tutti i gusti e per tutte le tasche. Si può fare una sosta da Gay Odin, per la famosa cioccolata, e da "Pintauro" per l’ottima sfogliatella, servita alla sua prima uscita “ufficiale” al Principe di Metternich ospite del Re di Napoli.

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Napoli sotterranea

 

Rappresenta uno dei luoghi più affascinanti e ricchi di mistero del mondo. Nel ventre della città ci sono passaggi segreti, cisterne, catacombe, acquedotti, per una superficie complessiva che supera i 600.000 metri quadrati.
Tutte le cavità risalgono a tempi molto antichi e sono state realizzate dall’ uomo per l’estrazione del "tufo giallo napoletano". Poi i cunicoli diventarono catacombe, antri pagani o acquedotti. Durante l’ultima guerra mondiale Napoli sotterranea diventò rifugio antiaereo.
Mentre nel corso dei secoli in profondità aumentavano i metri cubi di vuoto, in superficie si sviluppava una città in "positivo", con i suoi palazzi e i suoi castelli. Napoli è stata quindi costruita con la stessa pietra del suo sottosuolo, con una "continuità geologica" forse unica al mondo. Questa pratica secondo alcuni avrebbe reso la città più "elastica" salvandola dai tanti terremoti perché l’onda sismica risulterebbe attenuata grazie alle cavità del sottosuolo.

Prima ai Greci e poi i Romani realizzarono gli acquedotti sotterranei Bolla e Claudio (quest’ultimo addirittura in pressione), una sofisticata rete idrica che ha garantito l’approvvigionamento alla città fino al 1883, per ben 2300 anni. 

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Scavi di S. Lorenzo Maggiore

 

Sono visibili vari livelli archeologici: i resti della basilica  paleocristiana, un edificio di origine normanna, una struttura del IV secolo a.C., riconosciuta come il macellum che aveva l'ingresso sulla plateia di via Tribunali. Alcune parti del complesso sono visibili nel chiostro della chiesa di San Lorenzo Maggiore.  Si suppone che alla fine del V secolo d.C. il tutto fu invaso da un alluvione che portò una colata di fango.  
Gli antichi acquedotti
Dai locali sotto San Paolo e Sant'Anna di Palazzo  è possibile visitare una zona della "città sotterranea" che si estende fin sotto San Gregorio Armeno. Una delle più importanti opere realizzate in età romana da Augusto fu l'acquedotto, lungo più di 170 km. Da un bacino artificiale alimentato dal Serino l’acqua giungeva a Napoli e terminava a Miseno alla Piscina Mirabilis. L'acquedotto correva in parte in galleria, in parte all'aperto su arcate in laterizio, delle quali resta traccia nei cosiddetti Ponti Rossi. In città, il sistema di distribuzione era tutto sotterraneo.

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Palazzo Donn'Anna

 

E’ un grosso palazzo grigio  che si erge nel mare di Posillipo. Non è diroccato, ma non è stato mai finito. Di notte il palazzo diventa nero e cupo e sotto le sue volte s'ode solo il fragore del mare.
Tanti anni fa, invece, da quelle finestre splendevano le vivide luci di una festa. Tutta la nobiltà spagnola e napoletana accorreva ad una delle magnifiche feste che, l'altera Donna Anna Carafa, moglie del duca di Medina Coeli, dava nel suo palazzo.
In fondo al grande salone era montato un teatrino per lo spettacolo. Gli attori sarebbero stati dei nobili, tra i quali vi era Donna Mercede de las Torres, nipote spagnola della duchessa.

Donna Mercede era bella, giovane, aveva grandi occhi, neri, come i suoi lunghi capelli. La fanciulla recitò con trasporto, così come Gaetano di Casapesenna, che interpretava la parte del cavaliere, anzi quest'ultimo fu così veritiero nella sua recitazione che, quando nell'ultima scena doveva baciare par l'ultima volta il suo sfortunato amore lo fece con tale slancio che la sala intera scoppiò in applausi.
Tutti applaudirono, tranne Donn'Anna, che impallidiva mortalmente e si mordeva le labbra per la gelosia. Gaetano di Casapesenna era stato, infatti, l'amante di Donn'Anna.
Nei giorni che seguirono le due donne si ingiuriarono più volte violentemente,
Un giorno Donna Mercede scomparve, si diceva che fosse stata presa da improvvisa vocazione religiosa e si fosse chiusa in convento. Gaetano di Casapesenna la cercò invano in Italia, Francia, Spagna ed Ungheria, invano pregò, supplicò e pianse, ma non la rivide mai più fino a che morì, giovane, in battaglia come si conviene ad un cavaliere.
Liberamente tratto da "Leggende napoletane" di Matilde Serao

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Villa Comunale

 

La sua realizzazione risale al 1780 per volere del re Ferdinando IV di Borbone che, ispirandosi alle Tuileries" parigine, volle per sé e per la nobiltà napoletana un luogo di passeggio, di ritrovo e di tranquillità: i viali alberati vennero abbelliti da statue neoclassiche, tempietti, fontane e da una splendida cassa armonica in ghisa e vetro. Fu aperta al pubblico già in epoca borbonica.
All'interno della villa si trovano vari edifici, di cui i principali sono il Circolo della Stampa e la stazione zoologica Anton Dohrn, che ospita l'Acquario più antico d'Europa.
Oggi la villa è stata riportata agli antichi splendori: si è rinnovata la pavimentazione, restaurate le statue, creato un impianto d’illuminazione e ripristinata la cancellata (pur tra roventi polemiche per il suo aspetto moderno), al fine di preservare i giardini dal degrado e renderne più sicura la frequentazione.

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Castel dell'Ovo

 

Sull'isolotto di Megaride morì la sirena Parthenope. Qui sbarcarono i Cumani nel VI sec. a.C. per fondarvi Partenope; qui Lucullo si fece costruire una residenza sontuosa; qui Cicerone e Catone il censore funsero da esecutori testamentari dell'amico; qui morì Romolo Augustolo, ultimo imperatore romano d’Occidente; qui, infine, Roberto d'Angiò eresse il castello. L'ultima radicale ristrutturazione fu fatta dai Borbone, che gli conferirono le caratteristiche attuali.
Di qui i sostenitori della Repubblica Partenopea del 1799, patriotticamente, cannoneggiarono la città per intimorire gli abitanti.
Dall'ultimo terrazzo si può ammirare da un lato la città e dall'altro la distesa del mare col Vesuvio.

Intorno è il Borgo Marinaro con ristoranti famosi, fra cui "Zi' Teresa" e "La Bersagliera".
Il danno maggiore l’isola lo ebbe con la costruzione di via Caracciolo, nel 1884-1885 nel contesto della prima e tra le più disastrose speculazioni edilizie verificatesi a Napoli, quella del cosiddetto "Risanamento", alla quale dettero il loro contributo non solo i "palazzinari" locali, ma perfino quelli che calarono avidamente da Milano e Torino.
Il nome del castello si riferisce ad una leggenda: il poeta Virgilio, vi aveva nascosto un "uovo magico", dotato del potere di difendere la città da qualsiasi catastrofe. Nel 1370, alla notizia che l'uovo era andato in frantumi, la regina Giovanna d'Angiò fu costretta a dichiarare che l'uovo era stato sostituito, che i poteri magici erano stati ristabiliti e che perciò i leali sudditi non avevano più nulla da temere.

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Via Partenope

 

Dalla sirena che si lasciò morire per il dolore di non essere riuscita ad ammaliare Ulisse con il suo canto prese nome il primo insediamento greco della città. Le due sorelle, Igea e Leucosia, si lasciarono morire sulle coste di Capri e Sorrento.

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Parco Virgiliano

 

"Pausilypon", il luogo di riposo dagli affanni. E' questo il nome che già i Greci diedero alla collina che sovrasta Napoli dal lato occidentale e conosciuta in tutto il mondo per i suoi panorami e per le sue magnifiche residenze immerse nel verde.
Il parco sorge, con un sistema di terrazze, sulla sommità del Capo Posillipo, estrema punta del Golfo di Napoli, affacciandosi contemporaneamente sui golfi di Napoli e di Pozzuoli; i panorami che dai vari angoli del parco si possono ammirare sono incomparabili: il Vesuvio, Sorrento, Capri, Nisida, Bagnoli, Capo Miseno, Procida e Ischia sono a disposizione dello sguardo del visitatore.

Il Parco è stato sottoposto, tra il 1999 e il 2002  a un profondo restauro, che ne ha esaltato le qualità di belvedere, lo ha dotato di splendide piante e aiuole fiorite, ha rinnovato tutte le pavimentazioni, gli arredi, le infrastrutture, l'impianto di illuminazione, la cavea all'aperto,  il campo sportivo che si trova al centro dell'anello principale. Oggi l'area è aperta al pubblico 14 ore al giorno, con un buon servizio di sorveglianza e una efficiente manutenzione che aiuta a salvaguardare il verde e la pulizia.
Nelle vicinanze, la villa romana di Vedio Pollione, poi passata all’imperatore Augusto.

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Tomba di Virgilio

 

(Metropolitana uscita Mergellina)
è uno dei luoghi della città più famosi e suggestivi, meta dei viaggi romantici di poeti e viaggiatori ottocenteschi. La tradizione lo indica come il luogo di sepoltura dell’autore dell’Eneide, che come risaputo, morto a Brindisi nel 19 a.C., volle essere sepolto a Napoli.
La tomba in questione è sicuramente un monumento funerario di età romana che alla tradizione piace attribuire a Virgilio.
Ancora a Virgilio, mago e protettore della Napoli medievale, prima di San Gennaro, viene attribuita la paternità della Crypta neapolitana, detta anche 'Grotta Vecchia', una galleria all'interno del parco, lunga circa 700 metri, che fu invece progettata dall’architetto romano Cocceio nel  I secolo a.C. allo scopo di collegare tra loro Napoli e l’attuale Fuorigrotta. La galleria è attualmente occlusa e non visitabile.
L'aspetto attuale il Parco lo raggiunse grazie ad un'opera di restauro e di ristrutturazione eseguita nel 1930.

Nel Parco e' stata sistemata nel 1939 la tomba di Giacomo Leopardi, morto a Napoli nel 1837.

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Pozzuoli

 

L’antica Dicearchia merita da sola una visita di almeno un giorno. Importante porto romano, sede nella vicina Miseno della Classis Misenensis, tutta la zona era preferita in epoca romana per la costruzione di ville appartenenti agli imperatori ed alle maggiori famiglie patrizie.

Partendo dal Santuario di San Gennaro, per la via San Gennaro-Agnano, si raggiunge il Vulcano " Solfatara " e da questo, per la via Solfatara, l’Anfiteatro Neroniano-Flavio. Da questo, percorrendo la via Terracciano, si possono ammirare i resti di un grandioso edificio termale (Tempio di Nettuno) e, proseguendo all'altezza di piazza Capomazza, imboccando sulla destra la via Celle, la Necropoli Romana; ritornando in piazza Capomazza, attraverso via Pergolesi, si raggiunge il Macellum, il cosiddetto Tempio di Serapide (durante lo scavo del ‘700, portato avanti da Carlo di Borbone, fu ritrovata una statua del Dio egizio, ciò fece pesare di trovarsi di fronte ad un tempio e non ad un mercato). Le imponenti colonne di marmo cipollino, mostrano i segni dei Litodomi, molluschi che testimoniano il movimento di abbassamento ed innalzamento rispetto al livello del mare, dovuto al bradisismo che interessa tutta la zona flegrea.

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Città della Scienza

 

E’ il primo "Science Centre" italiano e nasce negli anni '90 per volontà della fondazione IDIS nell'area post industriale  Bagnoli, una delle zone più belle di Napoli, aperta sul golfo di Pozzuoli.. Proprio nei locali di un'ex-fabbrica sono ospitate le esposizioni e le strutture di ricerca e lavoro che progressivamente si vanno aggiungendo al crescente centro.

Il centro si sviluppa su un'area di dodicimila mq, in cui si trovano l'area espositiva (l'esposizione permanente consta di 5 sezioni), laboratori e un planetario, il più grande del centro-sud.

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Museo Archeologico

 

(ex Museo borbonico e Palazzo degli studi) raggiungibile con  Metropolitana linea 2

Il palazzo che ospita l'attuale Museo fu iniziato nel 1586 come cavallerizza. Nel 1612 Don Pedro Fernando de Castro, viceré di Napoli,  incaricò l'architetto Giulio Cesare Fontana di progettarvi la nuova sede dell'Università.
Trasformato alla fine del XVIII secolo dall'architetto Pompeo Schiantarelli in "Real Museo" ospitava le collezioni archeologiche provenienti da Ercolano, Pompei e Stabia. Infatti, Ferdinando IV di Borbone vi trasferì la pinacoteca di Capodimonte e le raccolte della Villa Reale di Portici e del cardinale Stefano Borgia.
Il Museo fu titolato "Nazionale" da Garibaldi, inglobando le collezioni archeologiche, artistiche e bibliografiche dei re Carlo, Ferdinando IV, Francesco I e Ferdinando II di Borbone. Inoltre il Museo era stato sede di istituzioni prestigiose, quali la Società Reale Borbonica e l'Accademia di Belle Arti.
Dal 1957 (dopo che la Biblioteca borbonica fu trasferita nel Palazzo Reale e intitolata a Vittorio Emanuele II, la Pinacoteca nel Palazzo di Capodimonte) il Museo è stato destinato alle sole raccolte di antichità.

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Museo di Capodimonte

 

raggiungibile con Metropolitana linea 2 + autobus.
Progettato e costruito dai Borbone nel 1738 come reggia-museo. Nucleo essenziale delle raccolte, la collezione Farnese, contava alla fine del settecento oltre 1700 dipinti, insieme ad una selezione di arti decorative altrettanto imponente e inestimabile. Espone capolavori di Masaccio, Botticelli, Perugino, Bellini, Tiziano, Parmigianino, Bruegel, Carracci, Guido Reni, Carvaggio, Giordano.
Nel corso dell'ottocento il Museo si arricchì di altre importanti sezioni: oltre le collezioni borboniche, dipinti e oggetti preziosi provenienti da monasteri soppressi, da donazioni reali e di privati e da successive acquisizioni; e ancora i capolavori del cardinale Borgia, acquistati da Ferdinando I di Borbone nel 1817, antichità egizie, etrusche, volsce, greche, romane, tra cui il famoso Globo celeste.

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