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Siti e aree turistiche a Napoli e Campania

Castel Nuovo e Maschio Angioino
Nel 1266 Carlo d'Angiò affidò i lavori ai francesi Pierre de Chaules e Pierre d'Angicourt. Roberto d'Angiò si servì dell'opera di Giotto che lavorò a Napoli dal 1328 al 1333 affrescando la Cappella Palatina con opere che oggi non esistono più, forse distrutte da un terremoto. Anche Boccaccio visse a Napoli in quegli anni. Durante il periodo angioino fra le mura di Castel Nuovo si verificò uno dei più noti eventi della storia medioevale: il "gran rifiuto" di Celestino V il 13 dicembre del 1294. Sempre nelle sue sale, il nuovo conclave elesse Bonifacio VIII.

Nel 1442 la corona fu cinta da Alfonso d'Aragona; presso la sua corte sorse la famosa Accademia Pontaniana. Il castello, in pratica, distrutto da Alfonso nell’assedio della città, fu riedificato dall'architetto aragonese Guglielmo Sagrera che diede alla costruzione l'aspetto che oggi conserva. La sala maggiore è un miracolo di statica, alta una trentina di metri, presenta una copertura a costoloni che, partendo dal centro, si congiungono elegantemente alle mura perimetrali. E’ detta "Sala dei Baroni" perché nel 1486 Ferrante d'Aragona, vi riunì i baroni infedeli per arrestarli.
L’arco di trionfo é ritenuto una delle più belle opere del Rinascimento italiano.
Come ogni castello che si rispetti, il Maschio Angioino dispone di tetre prigioni e relativi scheletri (Celle del Miglio e del Coccodrillo).

Porta Capuana
 L'imponente struttura è sita alle spalle del Castel Capuano, era anticamente la porta d'accesso ufficiale della città, da essa sono entrate personalità come l'imperatore Carlo V d' Asburgo e Carlo di Borbone. Porta Capuana, così denominata perchè orientata dnella direzione della città di Capua, fu costruita all'atto dell'allargamento della cinta nuraria voluto da re Ferrante d'Aragona (1484), epoca in cui nuove importanti aree (e lo stesso Castel Capuano) furono inglobate nel territorio cittadino e in cui fu sistemata nell'attuale posizione la vicina Porta Nolana. 
 
La porta rinascimentale è costiuita da un elegante arco di marmo bianco con decorazioni e altorilievi, racchiuso tra due poderose torri aragonesi (Onore e Virtù), e rappresenta sicuramente una delle più belle porte rinascimentali d'Italia

Palazzo Donn'Anna
E’ un grosso palazzo grigio che si erge nel mare di Posillipo. Non è diroccato, ma non è stato mai finito. Di notte il palazzo diventa nero e cupo e sotto le sue volte s'ode solo il fragore del mare.

Tanti anni fa, invece, da quelle finestre splendevano le vivide luci di una festa. Tutta la nobiltà spagnola e napoletana accorreva ad una delle magnifiche feste che, l'altera Donna Anna Carafa, moglie del duca di Medina Coeli, dava nel suo palazzo.
In fondo al grande salone era montato un teatrino per lo spettacolo. Gli attori sarebbero stati dei nobili, tra i quali vi era Donna Mercede de las Torres, nipote spagnola della duchessa.

Donna Mercede era bella, giovane, aveva grandi occhi, neri, come i suoi lunghi capelli. La fanciulla recitò con trasporto, così come Gaetano di Casapesenna, che interpretava la parte del cavaliere, anzi quest'ultimo fu così veritiero nella sua recitazione che, quando nell'ultima scena doveva baciare par l'ultima volta il suo sfortunato amore lo fece con tale slancio che la sala intera scoppiò in applausi.
Tutti applaudirono, tranne Donn'Anna, che impallidiva mortalmente e si mordeva le labbra per la gelosia. Gaetano di Casapesenna era stato, infatti, l'amante di Donn'Anna.
Nei giorni che seguirono le due donne si ingiuriarono più volte violentemente,
Un giorno Donna Mercede scomparve, si diceva che fosse stata presa da improvvisa vocazione religiosa e si fosse chiusa in convento. Gaetano di Casapesenna la cercò invano in Italia, Francia, Spagna ed Ungheria, invano pregò, supplicò e pianse, ma non la rivide mai più fino a che morì, giovane, in battaglia come si conviene ad un cavaliere.
Liberamente tratto da "Leggende napoletane" di Matilde Serao

Galleria Umberto
1885, a Parigi la Torre Eiffel ancora non esiste, a Napoli la grande struttura in ferro e vetro diventa il simbolo della classe borghese e del millantato (e mancato) avvenire capitalistico della città.
Secondo il progetto dell’ingegnere Emanuele Rocco, sull'area risultante dalle demolizioni s'innalzano quattro ampi edifici disimpegnati da una grande galleria in ferro e vetro di 1076 metri quadrati e larga 15 metri, progettata dall'ingegner Paolo Boubée; i quattro bracci, di diversa lunghezza, intersecandosi danno luogo ad una crociera ottagonale coperta da un'ampia cupola. Si conservano gli edifici più importanti e, all'altezza del S. Carlo, un porticato ad esedra non solo maschera all'esterno l'inevitabile sbocco in diagonale della galleria, ma crea al tempo stesso uno slargo innanzi al teatro.

All'interno della galleria, il contrasto fra la struttura in ferro e le sottostanti lunghe facciate neorinascimentali è felicemente risolto con l'adozione di un unico procedimento per ambedue i materiali non tenendo conto della loro differente natura, nel preciso intento di sottolineare il valore strutturale degli elementi portanti. C'è da osservare che nella galleria Vittorio Emanuele di Milano, non si riuscì a realizzare un accordo così unitario tra i due diversi materiali adottati.
Centro artistico e mondano tra la fine dell'Ottocento ed i primi decenni del Novecento, vi si trovava il celebre salone Margherita.

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